mercoledì 24 ottobre 2012

C'è posto sulla barca?


“Alla deriva.. Così, eccoci qui, 50 persone nella nostra scialuppa di salvataggio. Ammettiamo, ad essere generosi, che vi sia posto per altre 10, in totale 60. Ammettiamo che 50 di noi sulla scialuppa vedano altri 100 uomini che nuotano nell’acqua implorandoci per carità di farli salire sulla nostra barca…
Abbiamo diverse possibilità: possiamo essere tentati di cercare di vivere secondo l’ideale cristiano dell’essere ‘custodi dei nostri fratelli’, o secondo quello marxista di ‘a ciascuno secondo i suoi bisogni’. Poiché nell’acqua i bisogni sono gli stessi per tutti, e poiché tutti possono essere considerati ‘nostri fratelli’ li prenderemmo tutti sulla nostra scialuppa, raggiungendo un totale di 150 in una barca destinata a 60. La scialuppa affonda e affogheremo tutti. Giustizia per tutti, catastrofe per tutti… Poiché la scialuppa ha una capacità in eccesso non utilizzata di 10 passeggeri, potremmo far salire solo quei 10. Ma quali?... Supponiamo infine di decidere di non far salire altri sulla scialuppa. La nostra sopravvivenza è allora possibile, ma dovremo stare costantemente in guardia contro le squadre di imbarco”.

In un saggio pubblicato nel 1974, l’ecologista statunitense Garrett Hardin introdusse la metafora della scialuppa di salvataggio per dimostrare la sua tesi contro i ricchi paesi occidentali che aiutano le nazioni più povere e in via di sviluppo. Instancabile flagello per i liberali dal cuore pronto a sanguinare, Hardin argomenta che gli interventi dell’Occidente, ben intenzionati ma maldestri, danneggino nel lungo periodo sia i ricchi che i poveri. I paesi destinatari di aiuti stranieri sviluppano una cultura della dipendenza e così non riescono a “imparare a proprie spese” i pericoli di una pianificazione inadeguata e di un aumento incontrollato della popolazione. Allo stesso tempo, l’immigrazione illimitata comporterà che la popolazione occidentale dalla crescita quasi stagnante venga rapidamente sommersa dall’inarrestabile flusso di rifugiarti proveniente dai paesi poveri. Valutando la responsabilità di questi mali, Hardin dà la colpa ai liberali straziati nella loro coscienza: di essi critica soprattutto l’atteggiamento che finisce per incoraggiare la “tragedia dei beni comuni”, un processo in cui risorse limitate, idealmente considerate come la giusta proprietà dell’umanità intera, cadono sotto una sorta di gestione collettiva che conduce inevitabilmente all’ipersfruttamento e alla rovina.

La tragedia dei beni comuni_ Hardin ricorse alla dura etica della scialuppa di salvataggio in risposta alle scorciatoie adottate dagli ambientalisti sognatori con la loro metafora dell’accogliente “Terra, navicella spaziale”; secondo questa immagine, siamo tutti a bordo di una navicella spaziale, cosicché è nostro dovere assicurarci che nessuno sprechi le preziose e limitate risorse disponibili. Il problema sorge quando la metafora si trasforma nell’immagine, cara ai liberali, di un grande e felice equipaggio che opera in armonia, incoraggiando l’idea che le risorse del mondo siano gestite in comune e che chiunque vi partecipi in modo giusto e equo. Un coltivatore che possiede un pezzo di terra avrà cura della sua proprietà e farà in modo che non sia rovinata dal pascolo eccessivo, ma se diventa terreno comune aperto a tutti, non sarà più nel suo interesse proteggerlo. La tentazione di un guadagno a breve termine implica la veloce scomparsa di vincoli autoimposti, e rapidamente sopraggiungeranno degrado e declino. Questo processo, inevitabile secondo Hardin “in un mondo popolato da esseri umani non proprio perfetti”, è ciò che egli definisce “la tragedia dei beni comuni”. In questo modo, quando la Terra (aria, acqua, pesce degli oceani, ecc.) verranno trattate come beni comuni, non se ne avrà un’appropriata gestione e seguirà sicuramente la rovina.

“La rovina è il destino verso il quale tutti gli uomini precipitano, ciascuno inseguendo il proprio interesse in una società che crede nella libertà della gestione dei beni comini. Questa libertà porta tutti alla rovina.” (G. Hardin, 1968)
Etica spietata_ Hardin non è apologetico nel promuovere la sua etica della “spietata” scialuppa di salvataggio. Senza farsi tormentare dalla propria coscienza, il suo consiglio ai liberali pieni di sensi di colpa è quello di “uscire e cedere il proprio posto agli altri”, eliminando così il rimorso che minaccia di destabilizzare la scialuppa. Non ci si deve arrovellare intorno al come si è arrivati a questo punto – “non possiamo modificare il passato” – ed è solo adottando una posizione salda e senza compromessi che possiamo salvaguardare il mondo (o, almeno, la nostra parte di esso) per le generazioni future.

Il quadro della relazione tra paesi ricchi e poveri non è certo edificante, coi primi tranquillamente nascosti nelle loro scialuppe, pronti coi remi a spaccare le teste  e picchiare sulle nocche dei poveri che cercano di salire a bordo. Ma quello di Hardin non è l’unico modo di interpretare la metafora. La scialuppa è davvero in pericolo di affondare? Qual è la sua effettiva capacità? O basterebbe piuttosto che i ricchi  traboccanti di cibo facessero un po’ di movimento e riducessero le loro razioni?

Gran parte  dell’argomentazione di Hardin poggia sull’ipotesi che il più alto ritmo riproduttivo dei paesi poveri continuerebbe anche se essi ricevessero un trattamento più equo; egli non ammette cioè che tale ritmo possa essere una risposta all’alta mortalità infantile, alla bassa aspettativa di vita, a un’educazione limitata e così  via. Senza la patina che Hardin vi aveva messo, restiamo, come direbbero i liberali, di fronte a un quadro di grossolana e palese immoralità: egoismo, soddisfazione dei propri desideri, mancanza di compassione…

Confini morali_ Sotto questa luce, la colpa del liberale appare in tutta la sua evidenza. Un liberale autorizzato a stare sulla scialuppa non sognerebbe mai di picchiare con un remo la testa del compagno; e, dunque, come potrebbe contemplare una simile azione (o anche solamente permettere che sia compiuta) nei confronti di sventurati che si affannano a nuotare attorno alla barca? Se si ipotizza che vi sia ancora posto sulla scialuppa, costui non ha forse il dovere morale di aiutare gli sfortunati a uscire dall’acqua, condividendo con loro le sue razioni di cibo?

Lo scenario della scialuppa lancia una bella sfida al liberalismo occidentale. Uno dei principali requisiti della giustizia sociale è che le persone siano trattate in modo imparziale; le cose che sono al di fuori del nostro controllo (fattori accidentali dovuti alla nascita, al genere, al colore della pelle, ecc.) non dovrebbero affatto influire su come trattare una persona e valutarla moralmente. E, tuttavia, un fattore di questo tipo,- il luogo in cui capita di nascere- sembra giocare un ruolo molto importante nella nostra vita morale, non solo per i sostenitori di Hardin, ma anche per coloro che si professano liberali. Come si può attribuire tanto peso morale a qualcosa di così arbitrario come i confini nazionali?

Di fronte a questa sfida, il liberale deve illustrare le ragioni per cui può essere sospesa o attenuata la richiesta di imparzialità quando consideriamo parti del mondo diverse dalla nostra, mostrando cioè perché sia giusto per noi riservare una preferenza morale al nostro modello; oppure deve accettare che vi sia un’incoerenza al cuore stesso dell’attuale liberalismo, in quanto la coerenza chiede che i principi di moralità e giustizia sociale siano estesi globalmente.

Di recente alcuni analisti hanno tentato di affrontare la questione in entrambe le maniere. L'argomento in favore della parzialità come ingrediente essenziale del pensiero liberale, pur essendo utile nell'affrontare le realtà globali, è certo destinato a ridimensionare la propria portata e dignità. D’altro lato, il liberalismo cosmopolita, pure lodevole, comporta un'inversione di rotta nelle pratiche e nelle politiche attuali di cooperazione e rischia di andare a picco scontrandosi con quelle stesse realtà globali. In un modo o nell'altro, c'è ancora tanto lavoro da fare in filosofia politica nell'ambito della giustizia globale e internazionale.

“La sopravvivenza nel prossimo futuro richiede che governiamo le nostre azioni secondo l'etica della scialuppa di salvataggio. I posteri vivranno male se non lo facciamo.” (G. Hardin, 1974)

La domanda da porci è:
Ma c’è posto sulla scialuppa?

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