La nave di Teseo


Si narra che la nave dell’eroe greco Teseo si sia conservata nei secoli, man mano che un pezzo si rovinava veniva sostituito, fino a che si è arrivati a un punto in cui tutti pezzi sono stati sostituiti. 

Questa nave è ancora quella di Teseo o è una nuova nave?

La storia della nave di Teseo fu raccontata dal filosofo inglese Thomas Hobbes, che la elaborò ulteriormente. Se un restauratore avesse preso man mano le parti sostituite della nave di Teseo e fosse riuscito a sistemarle e ad assemblare una nuova nave identica a quella di Teseo. Questa nave è una copia o lo è l’altra?

Crisi d’identità_ Qual è la nave originale? Quella con le parti nuove o con le parti originali?
Dipende probabilmente a chi lo si chiede. Qualunque sia l’identità della nave, essa nel tempo non è netta e precisa come vorremmo.

Non è solo un problema di navi. Le persone cambiano enormemente nel corso di una vita; fisicamente e psicologicamente, ci può essere molto poco in comune tra un bambino di due anni e il vecchietto di novant’anni che ha preso il suo posto ottantotto anni dopo. Sono dunque la stessa persona? E se lo sono, cosa li rende tali? A quanti di noi è capitato di non riconoscersi più? Di aver cambiato modo di pensare, di essere, di agire? Siamo noi stessi a pensare “Non sono più lo stesso di vent’anni fa”. Se potessimo tornare indietro faremmo tutto in modo diverso. “Tutto scorre” diceva Eraclito “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume”, io non sono la stessa che ha scritto qualche riga prima, non sono la stessa persona che ha frequentato il liceo. Sono cambiata, sono diversa. Non sono più la stessa.

Il problema è più importante di quanto possa sembrare: ad esempio, è giusto punire il novantenne per qualcosa che ha commesso settant'anni prima? Che dire se non lo ricorda più? O ancora, un medico dovrebbe permettere di morire al novantenne che ha espresso il desiderio quarant'anni prima, quando era una persona (presumibilmente) diversa?

Questo è il problema dell’identità personale, che per secoli ha impegnato la riflessione dei filosofi. Quali sono le condizioni necessarie sufficienti affinché una persona sia la stessa anche dopo un certo intervallo di tempo?
Biologico-animale_ Secondo il senso comune l’identità personale è una questione biologica: Io ora sono quello che ero in passato perché sono lo stesso organismo vivente, lo stesso animale umano; sono cioè collegato a un corpo particolare che è un entità organica singola e continua. Immaginiamo per un momento un trapianto di cervello (un’operazione che possiamo supporre rientri nell’ambito della futura tecnologia), in cui il tuo cervello  sia trasferito nel mio corpo. Intuiamo sicuramente che tu avrai un nuovo corpo, non che il mio corpo avrà un nuovo cervello; se è così, sembra che avere un particolare corpo non sia una condizione necessaria di sopravvivenza personale.
Tale considerazione ha indotto alcuni filosofi a ripiegare dal corpo al cervello, affermando che l’identità è connessa a quest’ultimo, e ciò si accorda perfettamente con la nostra intuizione relativa al trapianto di cervello, ma ancora non basta. Quello che ci interessa è ciò che supponiamo emani dal cervello, non l’organo fisico in sé. Mentre infatti non sappiamo come l’attività celebrale dia vita alla coscienza o all'attività mentale, ben pochi dubitano che il cervello sia in qualche modo alla base di tale attività. Considerando ciò che fa sì che io sia io, sembra che a costituirmi sia il “software” di esperienze, memorie, opinioni, e non l’“hardware” di un determinato grumo di materia grigia. La mia percezione dell’essere me stesso non verrebbe particolarmente scossa qualora la somma complessiva di quelle esperienze e memorie venisse copiata in un cervello sintetico, o qualora il cervello di qualcun altro potesse essere riconfigurato in modo da contenere tutte le mie memorie e opinioni. Io sono la mia mente, e vado dove va la mia mente. Fondata su tale credenza, la mia identità non è affatto collegata al mio corpo fisico, includendo in esso anche il cervello.
Continuità psicologica_ Per affrontare la questione dell’identità personale attraverso un approccio filosofico, piuttosto che biologico o fisico, supponiamo che ogni parte della mia storia psicologica sia unita al passato da un flusso di memorie e opinioni perduranti. Non tutte queste parti (o forse nessuna di esse) dovranno estendersi dall'inizio alla fine; la mia storia è tale purché ci sia anche un solo reticolo di tali elementi che si sovrappongono: io rimango me stesso. L’idea della continuità psicologica come principale criterio dell’identità personale nel tempo deriva da John Locke. E’ la teoria dominante tra i filosofi contemporanei, ma anch'essa non è esente a problemi.
Immaginiamo, per esempio, un sistema di teletrasporto. Supponiamo che esso registri la mia composizione fisica fino all'ultimo atomo e poi trasferisca i dati a un luogo remoto (da Londra, sulla Terra, alla Base Lunare 1) là dove il mio corpo viene esattamente riprodotto, con una nuova materia, nel preciso istante in cui esso scompare da Londra. Va tutto bene, a condizione che si abbracci la tesi della continuità psicologica: c’è un flusso ininterrotto di memorie che scorre dall'individuo di Londra a quello sulla Luna, cosicché viene preservata la continuità psicologica e, dunque, l’identità personale. Sono sulla Base Lunare 1; supponiamo però che il teletrasporto sia fallito e che non abbia compiuto l’annichilimento del corpo di Londra. Ora vi sono due “io” – quello sulla Terra e quello sulla Luna. Stando alla teoria della continuità, poiché in entrambi casi è preservato il flusso psicologico, entrambi sono me. In questo caso potremmo dire, senza esitazione, che io sono l’individuo di Londra, mentre quello sulla Luna è una copia. Se questa intuizione è giusta siamo costretti a tornare alla spiegazione biologico-animale, abbandonando quella psicologica: sembra cioè avere importanza che io sia proprio quel vecchio pezzo di carne che si trova a Londra, piuttosto che quello nuovo sulla Luna.

Capire bene se stessi_ Percezioni così confuse derivano forse dal porsi domande sbagliate, o dall’applicare risposte a concetti sbagliati. David Hume  ha considerato con attenzione l’inafferrabilità del sé, affermando che, per quanto a fondo possiamo guardare noi stessi, riusciamo solo a scorgere pensieri, memorie, esperienze individuali. Benché sia naturale immaginare un sé sostanziale soggetto di questi pensieri, egli argomenta che ciò sia sbagliato, poiché il sé non è altro che il punto di vista che dà senso ai nostri pensieri e alle nostre esperienze, ma non può essere contenuto in esse.
L’idea del sé come “cosa” sostanziale, che assumiamo come nostra essenza, causa confusione quando ci immaginiamo di subire trapianti di cervello o di essere annichiliti e costruiti altrove. Riteniamo che la nostra sopravvivenza personale in tali esperimenti mentali dipenda dal trovare un luogo per questo sé; ma se smettiamo di pensare nei termini di un sé sostanziale, le cose si chiariscono. Supponiamo, per esempio, che il teletrasporto funzioni correttamente nell'annientare il corpo di Londra, ma produca due copie sulla Luna. Chiedersi quale dei due sia io (vale a dire “dove è andato a finire il mio sé?”) è semplicemente porsi la domanda sbagliata. La conclusione è che ora vi sono due esseri umani, ciascuno dei quali presenta esattamente la stessa riserva di pensieri, esperienze e memorie; essi condurranno la propria vita e le loro storie psicologiche saranno diverse. Io (fondamentalmente una riserva di pensieri, esperienze e memorie) sarò sopravvissuto nei due nuovi individui: una forma interessante di sopravvivenza ottenuta a costo della propria identità personale!

Cosa fa sì che io sia proprio io?

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