Cesare poteva non passare il Rubicone?

Il problema del libero arbitrio comporta un tentativo di conciliare l'idea che abbiamo di noi stessi come liberi agenti nel pieno controllo delle nostre azioni, con la comprensione deterministica del mondo. L'idea del determinismo è che ogni evento ha una causa precedente, ogni stadio del mondo è necessitato o determinato da uno stadi precedente. Se tutte le nostre azioni e scelte sono determinate in questo modo da una serie di eventi che si estendono indefinitamente nel passato, ben prima che fossimo nati, come potremmo essere considerati i veri autori di quelle azioni e scelte? Come possiamo esserne i responsabili?
Seguendo la logica del determinismo pare che tutto ciò sia incompatibile con il libero arbitrio. Le nostre azioni sono causalmente determinate e l'idea che siamo liberi, nel senso che avremmo potuto agire diversamente, è pura illusione. Censura ed elogio morale così come sono concepiti sarebbero inappropriati. (Teoria dei deterministi convinti) Non esiste libertà.
D'altro canto siamo pur sempre liberi: il fatto che avremmo potuto agire diversamente se lo avessimo scelto fornisce una nozione sufficiente e soddisfacente di libertà d'azione. E' irrilevante che una scelta sia causalmente determinata, il punto importante è che non sia imposta né contraria ai nostri desideri, è pur sempre una scelta. Un'azione che sia libera in questo senso è passibile di una normale valutazione morale. (Teoria dei deterministi soft) Questa posizione è piuttosto sterile poiché il non compiere una scelta è già un'azione determinata o lo sarebbe se il determinismo fosse vero.
Si potrebbe rifiutare il determinismo. Il libero arbitrio è reale e le nostre non sono determinate. (Teoria dei libertari) Ma allora come può allora un'azione essere indeterminata? Come un evento incausato può non essere casuale? (poiché la casualità non sarebbe meno dannosa per l'idea di responsabilità morale di quanto lo sia il determinismo)

La conclusione a cui arriviamo è o di rinunciare alla propria libertà o di cadere in contraddizioni o in bufere filosofiche insolubili. Dovremmo quindi rinunciare al libero arbitrio? Tutto è già stato deciso? Siamo forse le monadi di Leibniz in cui tutto è già scritto, tutto è già determinato? Cesare poteva non passare il Rubicone o doveva farlo? Era insito in lui farlo come l'avere gli occhi di un determinato colore? Aveva scelta?

Siamo liberi?



Rinunciare al libero arbitrio ci viene difficile, pensare che ogni cosa che scegliamo di fare sia già scritta è un incubo. Anche rinunciare a pensare che ogni cosa non sia determinata da una causa è piuttosto complicato, si rischia di cadere in stravaganze e spiegazioni assurde. La meccanica quantistica ha, però, aiutato le tesi dei libertari a eliminare il determinismo, ma alla base di questa sta la casualità. Gli eventi a livello subatomico sono indeterminati, la materia di puro caso che semplicemente accade. Ad ogni modo l'idea che le nostre azioni siano dettate dal caso non salva comunque la responsabilità morale.

La libertà è forse bene riferirla ad un soggetto in carne ed ossa, capace di porsi come causa delle proprie azioni, molto diverso da una foglia sbattuta dal vento, ma anche da un animale che fa sempre le stesse cose, seguendo in ciò quel che c’è scritto nei suoi geni. La sua rappresentazione della realtà, grazie al linguaggio, è molto più ricca e, conseguentemente, le opzioni a sua disposizione, oltre a quelle genetiche, sono molto più numerose. L’uomo può giudicarsi, “può rettificare alcuni comportamenti, aggiustare certi percorsi e cambiare idea” perfino in barba ai suoi geni.

Se esistesse una formula che chiarisce tutto,
potremmo prevedere il futuro. Ma non spiegheremmo la libertà.


Leggere nella mente di Dio. E questo, in un certo senso, l’obiettivo dei fisici: la ricerca della formula che esprima in termini matematici il progetto divino del mondo, la Legge della natura.
Ma quanto è realistico questo obiettivo? Esiste davvero un’unica formula capace di tutto ciò? E, se pure esistesse, ci permetterebbe di calcolare il nostro destino? Sarebbe questo un limite per la nostra libertà?

Ma semplicemente se Dio tutto può e sa tutto, conosce anche ciò che faremo nel futuro. Ma allora come facciamo a scegliere liberamente il nostro destino?
Siamo liberi o siamo schiavi delle leggi di natura, come robot che seguono comandi già programmati?

Rispondere non è facile, anche perché, per farlo, bisognerebbe essere certi che le leggi di natura esistano e bisognerebbe anche conoscerle.


Nell’800, molti fisici s’illusero di avere tra le mani una teoria definitiva, capace di calcolare tutto: la meccanica di Newton. Si arrivò a pensare che il Cosmo fosse qualcosa di simile a un gigantesco orologio svizzero. E si narra il seguente aneddoto. Un giorno, il fisico francese Pierre Simone de Laplace spiegò a Napoleone la sua visione dell’universo. Napoleone avrebbe detto: "Interessante. Ma che posto ha Dio in questo schema?" Laplace avrebbe risposto: "Dio? Non ho bisogno di questa ipotesi".


Nel 1927, però, il fisico tedesco Werner Heisenberg mostrò che, nel mondo microscopico, quanto meglio si sa dove si trova una particella in un istante, tanto meno si può prevedere dove sarà in futuro (è il "principio di indeterminazione"). Il destino, quindi, non esiste.



Einstein non amava il principio indeterministico e lo liquidò con un’espressione divenuta celebre: "Dio non gioca a dadi". La probabilità e l’indeterminazione, secondo Einstein, nascono dalla nostra ignoranza di leggi più profonde, così come il risultato di un lancio di dadi è imprevedibile solo se non siamo in grado di calcolarne la traiettoria. Oggi si ritiene che le leggi fondamentali debbano includere il principio di indeterminazione ed essere perciò probabilistiche. Ma non c’è una conclusione definitiva.

Aspettarsi che esista una Teoria del tutto capace di descrivere l’intero universo è allora una sfida troppo audace? In passato è successo spesso che le scoperte più rivoluzionarie siano avvenute proprio quando si pensava che non ci fosse più nulla da scoprire.

«A fine ‘800, in Prussia, si voleva chiudere l’ufficio brevetti perché si pensava che tutto fosse già stato scoperto. Pochi anni dopo, nell’ufficio brevetti di Berna, Einstein scopriva la relatività e contribuiva a fondare la meccanica quantistica».
Le conquiste della scienza, insomma, non sono mai definitive.

Solo una futura teoria del tutto, nuove leggi non ancora scoperte, solo la nostra ignoranza salva il libero arbitrio e ci concede questa "forse illusione".

Nessun commento:

Posta un commento